La farina sul naso
Come si racconta la complicità tra una madre e sua figlia. E perché a volte la cucina giusta è la tua.
Quando una cliente mi dice che vuole qualcosa che "racconti il legame con mia figlia", la prima cosa che faccio è stare in silenzio qualche secondo. Non per essere misterioso — semplicemente perché quella frase, bellissima nelle intenzioni, non mi dice ancora niente di utile. Il legame tra una madre e sua figlia non è un concetto che si fotografa. È una serie di gesti specifici, di abitudini condivise, di piccole complicità che esistono solo tra quelle due persone lì. Il mio lavoro è trovare la situazione giusta per farle venire a galla.

Con questa cliente ci siamo messi a ragionare insieme. Volevamo qualcosa di caldo, fisico, un po' caotico — qualcosa che avesse dentro già il germe del disastro bonario. Abbiamo valutato diverse idee. Alla fine siamo arrivati all'impasto: fare il pane, o i biscotti, con tutta la farina che ne consegue. Era potenzialmente divertente, spontaneo, e soprattutto aveva quella qualità rara di essere una cosa vera — non una posa, non una situazione costruita per sembrare naturale, ma qualcosa che quelle due avrebbero potuto fare anche senza di me.

Il set era un problema. La cucina della cliente era moderna, bella, ma illuminata male — avrebbe richiesto luci artificiali, e con le luci artificiali quella sensazione di calore domestico che cercavamo sarebbe sparita. Così abbiamo deciso di usare un angolo della mia cucina. È uno spazio piccolo, un po' rustico, con una luce naturale che nelle ore giuste è generosa. Lo spazio stretto ci avrebbe obbligato a inquadrature ravvicinate, ma abbiamo deciso di provarci lo stesso. A volte i limiti lavorano per te.

All'inizio la madre era rigida. È una cosa che succede spesso, e non è un difetto — è semplicemente quello che fa il corpo di una persona adulta quando si trova davanti a un obiettivo e non sa bene cosa fare con le mani. Si sistema i capelli, sorride in modo leggermente troppo consapevole, occupa lo spazio con quella cautela un po' contratta di chi vuole fare bella figura. Sua figlia — otto anni, più o meno, non ne sono sicurissimo — non aveva nessuno di questi problemi. Aveva la farina, aveva le mani, e aveva una mamma a portata di tiro.

Non ricordo esattamente il momento preciso. So che a un certo punto la bambina ha preso una manciata di farina e l'ha finita sul naso di sua madre. E sua madre, invece di sistemarsi, ha riso. Non il sorriso composto di prima — proprio una risata, quella cosa involontaria che parte dalla pancia. Ed è lì che è iniziata la magia, come diciamo noi fotografi quando vogliamo descrivere il momento in cui smettiamo di dirigere e iniziamo soltanto a guardare.
Quello che è successo nei minuti successivi non l'avevo pianificato, e non avrei potuto. La bambina continuava, la madre rispondeva, la cucina diventava sempre più un campo di battaglia farinosissimo e sempre meno un set fotografico. Io mi spostavo, cercavo la luce, aspettavo. Le inquadrature ravvicinate che lo spazio ci aveva imposto diventavano un vantaggio — ogni fotogramma era pieno di facce, di mani, di espressioni che duravano mezzo secondo e poi sparivano.

Alla fine della sessione avevamo una storia. Non una serie di bei ritratti — una storia, con un inizio, uno sviluppo e una serie di momenti che nessuna delle due avrebbe potuto ricordare esattamente così senza le foto. Quella complicità che la cliente voleva raccontare era sempre stata lì, nascosta sotto la normale quotidianità di una madre e una figlia che si conoscono troppo bene per vedersi davvero. Bastava trovare la situazione giusta per farla venire a galla.
La farina sul naso, alla fine, era il metodo migliore che avevamo.
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