tecniche per fotografare vicino all'acqua senza rovinare l'attrezzatura

Come fotografare vicino all'acqua (senza rovinare tutto)

C'erano voluti venti minuti solo per il trucco. La luce del tardo pomeriggio scivolava obliqua sull'isolotto di San Martino, nel canale di Procida, e il vecchio molo della base di collaudo dei siluri prodotti da un'azienda di Baia — gestito dalla famiglia di Don Mimìcome approdo turistico per decenni ed ora di proprietà del Comune, raggiungibile solo in barca — sembrava fatto apposta per un editoriale. Il mare era leggermente mosso, niente di allarmante, ma ogni tanto un'onda più robusta delle altre andava a sbattere contro il muretto di pietra nera e produceva una nuvola di spruzzi che, in controluce, si accendeva come polvere dorata. Avevamo iniziato a scattare da una decina di minuti. La modella era in posa vicino al bordo, io arretrato di qualche passo per inquadrare anche la scia di schiuma.

Poi è arrivato il motoscafo.

isolotto di San Martino al tramonto

L'onda che non avevo previsto

Non so se il pilota volesse solo curiosare, attirare l'attenzione della modella, o se sapesse benissimo cosa stava facendo. Fatto sta che ha eseguito la manovra di avvicinamento a una velocità che non aveva alcun senso, passando a una decina di metri dal molo. L'onda che si è sollevata ha spazzato via la modella, portandola giù, in acqua, in un secondo. Trucco e acconciatura, il lavoro di almeno trenta minuti, sono spariti così, insieme a qualunque idea avessi avuto per quella giornata.

Il primo istinto è stato la rabbia, diretta e piuttosto sonora, verso quel pilota che ormai era già lontano. Poi, appena accertato che la ragazza stesse bene — spaventata, fradicia, ma bene — l'abbiamo tirata su e siamo andati tutti al bar a bere una birra. Non c'è stato nessun tentativo eroico di salvare la sessione, nessuna foto strappata alla disperazione con addosso i vestiti bagnati. Solo la constatazione che quel giorno era finito, e che il giorno dopo avremmo ricominciato da un'altra posizione, più arretrata, meno visibile da chi passava al largo con troppa fretta e troppa poca attenzione.

Quel giorno a rovinarsi non è stato solo il trucco. Anche la mia fotocamera aveva preso spruzzi ben oltre quello che avrei voluto, e per fortuna se l'è cavata con niente di più di un'asciugata accurata la sera stessa. Chi non ha molta esperienza vicino all'acqua tende a sottovalutare proprio questo rischio, e capisco perché: l'idea di avvicinarsi con migliaia di euro di attrezzatura a un ambiente umido, salino, imprevedibile, mette a disagio chiunque. Ma oggi esistono soluzioni semplici per lavorare tranquilli anche a un passo dagli schizzi. Le coperture antipioggia monouso costano pochissimo e stanno in una tasca, pronte per un imprevisto improvviso. Per chi fotografa vicino all'acqua con una certa regolarità, le custodie dedicate — pensate per reflex, mirrorless o anche solo per lo smartphone — permettono di scattare a ridosso della battigia, o persino di immergere parzialmente l'attrezzatura, senza il timore costante di doverla buttare via la sera stessa. Il rischio per il materiale, quindi, si può gestire. Quello per le persone, invece, richiede un'attenzione che nessuna custodia potrà mai sostituire.

È da episodi come questo che si impara davvero cosa significa fotografare vicino all'acqua. Non da un elenco di regole lette altrove, ma dal corpo, dalla pelle bagnata di qualcun altro, dalla propria stupidità di aver sottovalutato quanto un ambiente apparentemente tranquillo possa cambiare direzione in pochi secondi. La sicurezza — la propria, quella del soggetto, quella dell'attrezzatura — non è un capitolo a parte da consultare prima di partire. È la domanda che ci si dovrebbe fare in ogni istante in cui si tiene l'occhio incollato al mirino, distratti dall'inquadratura mentre il mondo intorno continua a muoversi senza chiedere permesso. Una corrente che si sente solo quando è già troppo tardi, uno scoglio che sembra stabile e non lo è, un'onda che arriva senza preavviso da chi non ha nessuna intenzione di rispettare il tuo lavoro. Quel giorno a San Martino la lezione non è arrivata da un consiglio ma da un trucco rovinato e da una birra bevuta ancora con il cuore in gola.

C'è però un rovescio della medaglia, ed è quello che ho imparato qualche anno dopo, sulle rive di un lago che di solito perdona più del mare.

Abbassarsi fino al livello dell'acqua

Stavo fotografando mio nipote alla baia delle Sirene, poco oltre l'abitato di Garda. Il lago lì diventa profondo già a tre o quattro metri dalla riva, ma il piccolo golfo e la spiaggia di ghiaia chiara hanno una luce che, in certe ore, fa sembrare di essere su un'isola tropicale e non sul Garda . Eppure guardando il display della fotocamera qualcosa non mi convinceva. Le foto erano tecnicamente ineccepibili e completamente piatte. Sembravano scattate da un turista distratto, non da chi quel bambino lo conosce da una vita.

parco baia delle sirene - lago di garda

Ho deciso di cambiare approccio. Ho montato un 50mm — per alleggerire la fotocamera e rendermi più libero di muovermi — e mi sono abbassato fino quasi al livello dell'acqua. Sulla riva di un lago, senza mareggiate in corso, il rischio è minimo: qualche centimetro d'onda, non di più. Da lì, quasi disteso, mi sono avvicinato alla scena. Mio nipote aveva trovato una piccola biscia d'acqua tra due sassi e ci stava giocando, assorto, dimentico di me e della macchina fotografica. I riflessi dell'acqua disegnavano forme astratte sulla sua pelle, il sole faceva scintillare magicamente l'acqua cristalllina e l'inquadratura dal basso mi ha permesso di entrare fisicamente nella scena — il bambino in primo piano, la testa della piccola biscia che emergeva dall'acqua, senza perdere la bellezza un po' selvatica del paesaggio alle sue spalle.

Non gli avevo chiesto di posare. Non gli avevo chiesto niente. Mi ero solo abbassato, avvicinato, e avevo aspettato che qualcosa succedesse davvero. Ed era già lì, bastava solo guardarla da un'altezza diversa.

Quello che l'acqua fa fare alle persone

due bambini che corrono felici sulla spiaggia

Questo è forse il cuore di tutto: vicino all'acqua, le persone si comportano in un modo che raramente si vede altrove. I bambini saltano le onde senza che nessuno glielo chieda. Un fratello schizza l'altro apposta, aspettandosi la reazione. Qualcuno sfiora una roccia con la punta del piede solo per sentire se è liscia o tagliente. I genitori camminano mano nella mano lungo la battigia senza accorgersi di essere osservati. C'è chi resta semplicemente fermo, a guardare l'acqua che va e viene, in un silenzio che non ha bisogno di essere riempito. Il compito di chi fotografa non è costruire quella scena, ma essere già pronto quando accade — il che significa, spesso, rinunciare all'idea di dirigere e imparare a osservare.

L'estate scorsa, su una spiaggia di Rimini, ho visto una donna fotografare col telefono suo marito e sua figlia che si avvicinavano all'acqua, forse per la prima volta a giudicare dall'età della bambina. Era comodamente seduta sulla sdraio, a decine di metri di distanza. Non l'ho giudicata — chiunque farebbe lo stesso, in vacanza, con lo smartphone in mano e la voglia di godersi il sole. Ma pensavo a quanto quella distanza raccontasse tutto il contrario di quello che avevo imparato sia sul molo che sul lago: più ti allontani dalla scena, più la tua fotografia resterà a guardare da fuori, senza mai entrarci davvero dentro.

Fotografare vicino all'acqua vuol dire accettare di sporcarsi, letteralmente. Vuol dire abbassarsi fino a sentire l'umidità sulle ginocchia, avvicinarsi abbastanza da percepire il rumore della risacca come parte della scena e non come rumore di fondo, e nello stesso tempo non perdere mai la lucidità di chi si chiede se quella roccia è scivolosa, se quella corrente sta cambiando, se il bambino che si allontana verso l'acqua è ancora a distanza di un passo veloce. Le fotografie più belle nascono in quello spazio stretto tra il rischio calcolato e il rispetto per quello che il mare, o il lago, possono fare in un attimo, senza preavviso e senza chiedere scusa.

Se quest'estate la tua famiglia passerà del tempo vicino all'acqua — il mare, un lago, anche solo il fiume di una gita domenicale — e vuoi che quei giorni restino in qualcosa di più delle foto scattate dalla sdraio, parliamone: prenota una chiacchierata senza impegno. La finestra estiva è più corta di quanto sembri a luglio, e le date buone vanno via in fretta.

Se invece cerchi qualche accorgimento più tecnico — diaframma, texture, come gestire i dettagli di una giornata al mare con i bambini — ho raccolto qualche spunto pratico anche in 8 semplici consigli per fotografare i bambini al mare. Ma se dovessi lasciarti con una sola immagine da portare a casa, sarebbe quella di me disteso sulla ghiaia della baia delle Sirene, con l'acqua che mi bagnava i gomiti, mentre mio nipote giocava con una biscia senza sapere che quello sarebbe diventato uno dei miei scatti preferiti di sempre.

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