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è vero che fotogenica si nasce?

Fotogenica non si nasce: la verità su un mito che ci portiamo dietro da una vita

C'è una persona che conosco da anni. È una di quelle persone che entrano in una stanza e senza fare niente di particolare, senza alzare la voce, senza gesticolare — la stanza cambia temperatura. È bella, è solare, è la persona che ti ascolta davvero mentre gli parli. E però è convinta di avere gli occhi piccoli e un'espressione sciocca.

Io, dall'altra parte dell'obiettivo, vedo solo uno sguardo talmente affilato che sembra trapassarti — uno di quegli sguardi che non si possono fingere, che arrivano da qualche posto profondo e difficile da raggiungere — e confesso che quando la fotografo mi mette anche un pizzico di soggezione. Ma lei questo non lo sa. Lei sa solo che in foto non viene bene.

Abbiamo lavorato insieme diverse volte. La prima era in studio, una piccola serie di scatti concettuali — lei con una gonna di palloncini gonfiati su uno scheletro metallico, le spalle nude, il viso rivolto verso il muro. Una roba strana e bella. E infatti è andata benissimo: si vedeva solo il profilo, il nasino all'insù, la curva della spalla. Nessuno specchio, nessuna possibilità di giudicarsi. Quando siamo passati ai ritratti più tradizionali, però, l'ho vista cambiare. Si guardava continuamente allo specchio, aveva quell'espressione tirata che stonava con i suoi lineamenti gentili, come se stesse cercando di prepararsi a qualcosa di brutto.

profilo di donna con tatuaggio sulla schiena

Abbiamo fatto una pausa. Ci siamo seduti per terra e abbiamo cominciato a chiacchierare — non ricordo nemmeno di cosa, una di quelle conversazioni che non vanno da nessuna parte e per questo funzionano. Quando ho visto che si stava rilassando ho preso la macchina, sono rimasto seduto lì con lei, e ho cominciato a scattare parlando senza sosta. A un certo punto ho detto qualcosa di stupido — una di quelle cose che escono male e fanno ridere proprio per questo — e lei si è portata una mano verso la fronte coprendosi parte della bocca che continuava a ridere. Quella è stata la foto più vera di tutta la sessione. L'unica in cui rideva davvero.

Quella foto non ha niente di tecnico di straordinario. Ma racconta qualcosa che lei, davanti allo specchio, non riesce a vedere.


In breve, se non hai tempo di leggere tutto: Essere fotogenici non è una caratteristica con cui si nasce, come il colore degli occhi o la forma del naso. È il risultato di una serie di fattori — tecnici, psicologici, relazionali — che cambiano da sessione a sessione e da fotografo a fotografo. La fotocamera mente, lo specchio mente, e spesso l'unica cosa che serve per venire bene in una foto è qualcuno dall'altra parte dell'obiettivo che sappia come farti dimenticare che esiste.


Cosa significa essere fotogenici, davvero

Essere fotogenici significa avere caratteristiche fisiche e comportamentali che si traducono bene in un'immagine bidimensionale. Non è un giudizio di bellezza — è una questione di come la luce, l'ottica e la geometria del viso interagiscono con il sensore di una fotocamera. Alcune persone hanno proporzioni che si adattano naturalmente a questo processo. Molte altre no — e non per un difetto, ma per un semplice disallineamento tra come siamo fatti e come funziona la macchina.

La prima volta che ho sentito qualcuno dire di non essere fotogenico, quel qualcuno ero io.

Ero ancora ragazzino. Non mi era mai piaciuto farmi fotografare perché nelle foto non mi piacevo — punto, nessuna analisi più sofisticata di questa. Poi, quando non è stato più possibile evitare le fotocamere — al mare con gli amici capita sempre qualcuno che vuole lo scatto del ricordo e non sempre ci si riesce a defilare con eleganza — ho scoperto una cosa per caso. Se non pensavo all'atto di essere fotografato, se mi concentravo su qualcosa che mi facesse sorridere davvero, alla fine le foto riuscivano anche a piacermi. Il mio sorriso era la cosa che mi piaceva di più in me. E, a quanto pare, anche agli altri — perché mi sentivo dire spesso che ero fortunato, che ero nato fotogenico.

Io. Quello che si nascondeva dietro agli altri nelle foto di gruppo.

Avevo capito qualcosa senza saperlo spiegare: non ero diventato più bello. Avevo smesso di pensare all'obiettivo.

ritratto di ragazza bionda con berretto da baseball

Fotogenico si nasce o si diventa?

Né l'uno né l'altro, nel senso assoluto in cui di solito si pone la domanda. Non si nasce con un gene della fotogenia come si nasce con gli occhi verdi. E non si "diventa" fotogenici come si impara una lingua, con studio e pratica costante. Quello che si può fare — e che fa tutta la differenza — è creare le condizioni giuste perché la fotografia restituisca quello che si è davvero. Il problema è che quelle condizioni dipendono da molti fattori che non c'entrano niente con la nostra faccia.

Prima di tutto: la macchina mente

La fotocamera non vede il mondo come lo vediamo noi. Noi vediamo in tre dimensioni, con due occhi che lavorano insieme, in movimento continuo, con un sistema nervoso che interpreta e corregge in tempo reale. La fotocamera ha un sensore piatto, un'ottica fissa, e un istante di tempo congelato. Questa differenza strutturale produce distorsioni che non c'entrano niente con il soggetto.

Le fototessere, in questo senso, sono un caso limite illuminante. Sono ritratti in cui non si può intervenire con la posa, non si può giocare con l'espressione, e il margine di editing è minimo — per il passaporto, per esempio, il viso deve essere neutro, altrimenti non le accettano. Ogni tanto capita qualcuno che mi dice: "ma io allo specchio mi vedo diversa". È vero, e c'è una ragione precisa: quello che vediamo nello specchio è la nostra faccia ribaltata. Siamo abituati a quella versione di noi stessi — è l'unica che abbiamo sempre conosciuto. Nelle foto il ribaltamento non c'è, e vediamo la faccia che vedono tutti gli altri tranne noi. La maggior parte delle persone, quando glielo spiego, mi guarda come se avessi fatto una scoperta sensazionale. Quasi nessuno ci aveva mai pensato.

Poi c'è la questione della lunghezza focale, che è forse la cosa più sottovalutata in assoluto. Un 35mm usato da vicino distorce i volumi — allarga il naso, schiaccia gli zigomi, enfatizza il mento. Un 85mm o un 135mm da una distanza maggiore comprime la scena e restituisce proporzioni molto più simili a quelle che vediamo nella realtà. Non è un segreto — è geometria. Ma cambia tutto.

Poi il cervello aggiunge la sua parte

C'è un effetto psicologico che si chiama "mere exposure effect" — in italiano lo si potrebbe tradurre come effetto di mera esposizione — che dice, in sostanza, che più siamo esposti a uno stimolo più ci piace. Lo sperimentiamo ogni giorno senza saperlo: la nostra faccia ci è familiare nello specchio, e quella versione — ribaltata, tridimensionale, in movimento — è quella che il nostro cervello ha catalogato come "io". Quando vediamo una foto, vediamo qualcosa di leggermente diverso. E il cervello, che è fatto per rilevare le anomalie, nota immediatamente la discrepanza.

È per questo che quasi tutti dicono "non mi piaccio nelle foto" anche quando chi li guarda non capisce perché. Non è che la foto sia sbagliata — è che la foto è vera, e la verità è diversa dall'abitudine.

E infine: il fotografo non è uno sfondo

L'ultima variabile è quella di cui si parla meno, forse perché è scomoda — implica che il risultato dipende anche da chi sta dall'altra parte. La relazione tra chi fotografa e chi viene fotografato cambia fisicamente le immagini. Non in modo metaforico: in modo letterale, osservabile negli scatti.

Una persona tesa ha le spalle leggermente sollevate, il collo rigido, la mascella contratta. Tutti questi microdettagli si leggono nelle foto. Una persona che si fida di chi la fotografa, che si è dimenticata dell'obiettivo, che sta pensando a qualcos'altro — ha il corpo diverso, l'espressione diversa, una luce negli occhi che non si può produrre con nessun preset in Lightroom.

ritratto di una ragazza molto fotogenica con occhi azzurri, realizzato in studio con uno sfondo dipinto

Perché alcune persone belle non vengono bene in foto?

Perché la bellezza che vediamo nella vita reale è tridimensionale, dinamica, temporale — fatta di movimento, di espressione, di presenza. La fotografia cattura un istante fermo su un piano piatto. Alcune caratteristiche si amplificano in questa traduzione, altre spariscono del tutto, e alcune — paradossalmente — diventano più evidenti di quanto siano nella realtà.

Una volta mi è arrivata in studio una ragazza sui trent'anni. Capelli biondi lunghi e mossi, occhi chiari, una bocca che teneva leggermente aperta quel tanto che bastava per far intravedere qualche dente bianchissimo. Persona curata, elegante, slanciata. Il tipo che per strada fa girare la testa alla gente. Mi aveva avvisato che in foto non viene molto bene, ma avevo pensato — come penso quasi sempre — che fosse la solita storia dell'insicurezza che cerca rassicurazione. Così non ci avevo badato più di tanto, avevo dato i soliti consigli generali.

Quando abbiamo cominciato a scattare, già dai primi scatti c'era qualcosa che non mi convinceva. Le anteprime sul display mi restituivano una persona completamente diversa — un naso che sembrava troppo largo e schiacciato rispetto al suo viso, un mento con una leggera asimmetria che, giuro, nella realtà non si vedeva. Ho superato il primo momento di panico cercando di non farglielo trapelare, e ho cominciato a ragionare. Ho cambiato il mio approccio completamente: le ho fatto qualche scatto con una mano aperta a coprire parte del viso, ho modificato l'illuminazione per lasciare in ombra la zona del mento, le ho chiesto di sporgere il mento in avanti come se volesse guardare al di là di un davanzale — uno di quei trucchi che sembrano stupidi finché non vedi cosa fanno al collo e alla definizione del viso. Non tutte le foto sono venute bene. Ma alcune le ha usate come immagine di profilo sui social, e una è ancora lì su Instagram.

Se me ne fossi accorto prima avrei potuto prepararmi meglio. Ma tant'è — a volte il lavoro funziona così.

Quello che mi ha insegnato quella sessione è che alcune persone hanno caratteristiche fisiche che la fotocamera enfatizza in modo sproporzionato rispetto alla realtà. Non è colpa loro, non è colpa del fotografo. È una questione di come la luce e l'ottica interagiscono con la geometria di quel viso specifico, in quel momento specifico. La soluzione esiste quasi sempre — ma richiede che il fotografo se ne accorga e abbia la flessibilità di cambiare rotta.

una ragazza con rossetto rosso fuoco, viso in ombra con focus sulle labbra e cappello nero

Allora, si può fare qualcosa?

Sì. Ma non nel senso in cui di solito si intende la domanda.

Non si tratta di imparare a fare la posa giusta come si impara a fare un nodo alla cravatta. Si tratta di capire quali condizioni permettono alla tua fotografia di restituire quello che sei — e di crearle, per quanto possibile.

Alcune di queste condizioni le puoi costruire tu: sapere come ti funziona la luce, conoscere le angolazioni che ti valorizzano, arrivare a una sessione riposata e rilassata. Altre dipendono da chi ti fotografa: se conosce la tecnica abbastanza da compensare le distorsioni ottiche, se sa creare un clima in cui puoi dimenticarti dell'obiettivo, se ha l'occhio allenato a vedere il problema prima che diventi il problema.

E poi c'è una terza categoria di condizioni — quelle che non si pianificano, che succedono da sole quando tutto il resto è al suo posto.

Una volta mi ha chiamato una donna per un servizio di gravidanza. Capivo da come parlava che l'idea non era partita da lei ma dal suo compagno, che voleva un ricordo professionale di quel momento. Lei partecipava, ma con una riserva. Non voleva spogliarsi troppo. Non voleva nemmeno scoprire il pancione — avrebbe usato un abito attillato. Per me andava benissimo: ognuno vive questi momenti come vuole, non c'è nessun obbligo di niente.

Quando è arrivata in studio ho fatto la mia solita routine: ho parlato del mood che volevamo dare al servizio, le ho mostrato la mood board, e poi — cosa che faccio sempre con chi non ha mai fatto un servizio fotografico professionale — le ho mostrato qualche esempio di stampa per capire fino a dove potevo arrivare con l'editing senza che lei percepisse le foto come "troppo ritoccate". Le foto che uso come campione ritraggono donne in intimo — ovvio, se devo farti capire come lavoro sulla pelle devo mostrarti della pelle. Lei le guardava con curiosità, faceva qualche domanda, e ogni tanto concludeva con "tanto noi dobbiamo farle con la pancia coperta, non avremo questo problema".

Abbiamo cominciato a scattare. Le mostravo qualche anteprima sul display mentre lavoravamo. Le foto erano esattamente quelle che avevamo previsto.

Poi, piano piano, ha cominciato a cambiare. Prima ha voluto provare un vestito più corto. Poi un abito di scena — uno di quelli morbidi e semitrasparenti che uso per i servizi di maternità quando voglio giocare con le trasparenze. Infine ha detto, quasi sottovoce: "tanto visto che siamo qui, conviene approfittarne" — e ha fatto le ultime foto in intimo.

Aveva qualche piccola smagliatura sulle cosce che non voleva mostrare. Ma aveva visto i campioni, aveva visto come lavoro, aveva visto le anteprime che le piacevano davvero. Si era sentita abbastanza al sicuro da provare. Il risultato è stato una sessione molto più variegata di quella che aveva immaginato al telefono, e alla fine hanno stampato un fotolibro.

Nessuno le aveva detto di cambiare idea. Si era convinta da sola, nel momento in cui aveva smesso di preoccuparsi.

Ecco cosa significa, alla fine, essere fotogenici. Non è una qualità che si ha o non si ha. È uno stato che si raggiunge — o non si raggiunge — in base a quello che succede in quella stanza, con quella luce, con quella persona dall'altra parte dell'obiettivo.

La fotocamera non mente nel senso in cui pensiamo. Mente nel senso che racconta solo una piccola parte della storia. Il lavoro del fotografo — e, in misura diversa, anche il tuo — è fare in modo che quella piccola parte sia quella giusta.

Se dopo aver letto questo ti viene voglia di fare qualcosa di concreto, ho scritto una guida con dieci consigli pratici per chi vuole arrivare a una sessione fotografica più preparata — puoi trovarla qui: 10 consigli pratici per diventare fotogenica una volta per tutte.

Se invece ti ha incuriosito la parte più scientifica — perché alcune persone vengono meglio in gruppo, cosa fa il cervello quando giudica un'immagine — c'è un articolo che parte dall'effetto cheerleader e va abbastanza lontano: Come venire bene in fotografia: l'effetto cheerleader e altri trucchi.

E se stai pensando di prenotare una sessione ma hai quella sensazione familiare di non sapere dove mettere le mani — ho scritto anche qualcosa per quello: Servizi fotografici: come sentirsi a proprio agio nelle foto.

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